Suggestioni

In questa sezione troverete materiale molto eterogeneo; ci saranno frasi più o meno celebri, a volte lunghe, a volte cortissime, brani tratti da svariate tipologie di libri, versi di poesie o poesie intere, qualche video musicale, riflessioni personali…in una parola: suggestioni.

 

 

“Non è tanto importante ciò che gli altri ci fanno, quanto ciò che noi facciamo, di ciò che gli altri ci fanno.”

Jean Paul Sartre

  

 

“L’inferno sono gli Altri.”

Jean Paul Sartre

 

 

Per cambiare è necessario.. “essere ciò che sono, prima di essere in qualsiasi altro modo”

Beisser (teoria paradossale del cambiamento)

oppure

“E’ nel momento in cui mi accetto così come sono che io divengo capace di cambiare”

Carl Rogers

 

  

“Non si può spingere il fiume, esso scorre da solo”

Barry Stevens

 

 

“Io sono io e tu sei tu; io non sono in questo mondo per rispondere alle tue aspettative e tu non sei in questo mondo per rispondere alle mie. Se per caso ci incontreremo, sarà splendido, altrimenti.. sarà bellissimo lo stesso.” 

Fritz Perls, “La ‘preghiera’ della Gestalt”

 

 

“O mio cuore, dal nascere in

due scisso,

quante pene durai per uno

farne!

Quante rose a nascondere

un abisso!”

 Umberto Saba, “Secondo congedo” tratto da “Preludio e fughe”

 

 

“… sebbene nulla possa portare indietro l’ora,

ridare all’erba il suo splendore o al fiore la sua gloria,

noi non ci rattristeremo, ma al contrario andremo avanti,

traendo forza da quello che resta.”

William Wordsworth, “Ode on intimation of immortality”

 

 

“Tu mi hai posto fra i vinti.

So che non è per me la vittoria

e nemmeno lo smettere il gioco.

Mi getterò nello stagno,

sia pure per toccarne il fondo.

Giocherò alla mia distruzione.

Scommetterò tutto ciò che possiedo

e quando perderò il mio ultimo soldo

credo che allora avrò vinto

grazie alla mia completa sconfitta.” 

Rabindranath Tagore, componimento XXIX

 

 

 La Perfetta Letizia:

Avvenne un tempo che, san Francesco d’Assisi e frate Leone andando da Perugia a Santa Maria degli Angeli, il santo frate spiegasse al suo compagno di viaggio cosa fosse la “perfetta letizia”.

Era una giornata d’inverno e faceva molto freddo e c’era pure un forte vento tanto che procedevano camminando l’uno innanzi all’altro e, mentre frate Leone stava avanti, frate Francesco chiamandolo diceva: frate Leone, se avvenisse, a Dio piacendo, che i frati minori dovunque si rechino dessero grande esempio di santità e di laboriosità, annota e scrivi che questa non è perfetta letizia.

Andando più avanti San Francesco chiamandolo per la seconda volta gli diceva: O frate Leone, anche se un frate minore dia la vista ai ciechi, faccia raddrizzare gli storpi, scacci i demoni, dia l’udito ai sordi, fa camminare i paralitici, dia la parola ai muti, e addirittura fa resuscitare i morti di quattro giorni; scrivi che non è in queste cose che sta la perfetta letizia.

E ancora andando per un poco san Francesco grida chiamandolo: O frate Leone, se un frate minore parlasse tutte le lingue e conoscesse tutte le scritture e le scienze, e sapesse prevedere e rivelare non solo il futuro ma anche i segreti più intimi degli uomini; annota che non è qui la perfetta letizia.

E andando ancora più avanti san Francesco chiamando forte diceva: O frate Leone pecorella di Dio, anche se il frate minore parlasse la lingua degli angeli, conoscesse tutti i misteri delle stelle, tutte le virtù delle erbe, che gli fossero rivelati tutti i tesori della terra, e tutte le virtù degli uccelli, dei pesci, delle pietre, delle acque; scrivi, non è qui la perfetta letizia.

E andando più avanti dopo un po’ san Francesco chiamava il su compagno di viaggio: O frate Leone, anche se i frati minori sapessero predicare talmente bene da convertire tutti i non credenti alla fede di Cristo; scrivi non è questa la perfetta letizia.

E così andando per diversi chilometri quando, con grande ammirazione frate Leone domandò: Padre ti prego per l’amor di Dio, dimmi dov’è la perfetta letizia. E san Francesco rispose: quando saremo arrivati a Santa Maria degli Angeli e saremo bagnati per la pioggia, infreddoliti per la neve, sporchi per il fango e affamati per il lungo viaggio busseremo alla porta del convento. E il frate portinaio chiederà: chi siete voi? E noi risponderemo: siamo due dei vostri frati. E Lui non riconoscendoci, dirà che siamo due impostori, gente che ruba l’elemosina ai poveri, non ci aprirà lasciandoci fuori al freddo della neve, alla pioggia e alla fame mentre si fa notte. Allora se noi a tanta ingiustizia e crudeltà sopporteremo con pazienza ed umiltà senza parlar male del nostro confratello, anzi penseremo che egli ci conosca ma che il Signore vuole tutto questo per metterci alla prova, allora frate Leone scrivi che questa è perfetta letizia. E se noi perché afflitti, continueremo a bussare e il frate portinaio adirato uscirà e ci tratterà come dei gaglioffi importuni, vili e ladri, ci spingerà e ci sgriderà dicendoci: andate via, fatevi ospitare da altri perché qui non mangerete né vi faremo dormire. Se a tutto questo noi sopporteremo con pazienza, allegria e buon umore, allora caro frate Leone scrivi che questa è perfetta letizia.

E se noi costretti dalla fame, dal freddo e dalla notte, continuassimo a bussare piangendo e pregando per l’amore del nostro Dio il frate portinaio perché ci faccia entrare. E questi furioso per cotanta molesta insistenza si riprometterebbe di darci una sonora lezione, anzi uscendo con un grosso e nodoso bastone ci piglierebbe dal cappuccio e dopo averci fatto rotolare in mezzo alla neve, ci bastonerebbe facendoci sentire uno ad uno i singoli nodi. Se noi subiremo con pazienza ed allegria pensando alle pene del Cristo benedetto e che solo per suo amore bisogna sopportare, caro frate Leone, annota che sta in questo la perfetta letizia. Ascolta infine la conclusione, frate Leone: fra tutte le grazie dello Spirito Santo e doni che Dio concede ai suoi fedeli, c’è quella di superarsi proprio per l’amore di Dio per subire ingiustizie, disagi e dolori ma non possiamo vantarci e glorificarci per avere sopportato codeste miserie e privazioni perché questi meriti vengono da Dio. Infatti le sacre scritture dicono: cosa hai tu che non sia stato concesso da Dio? E se tu hai ricevuto una grazia da Dio perché te ne vanti come se fosse opera tua? Noi ci possiamo gloriare nella nostra croce fatta di sofferenze e privazioni. Sul Vangelo sta scritto: Io non mi voglio gloriare se non nella croce di nostro Signore Gesù Cristo.

S. Francesco d’Assisi, tratto dai “Fioretti”

 

 

“Io so che questa vita, che manca

di maturità in amore

non è del tutto perduta.

So che i fiori che appassirono all’alba,

i fiumi che si smarrirono nel deserto,

non sono del tutto perduti.

So che qualunque cosa rimanga indietro

in questa vita greve di lentezza,

non è del tutto perduta.

So che i miei sogni ancora inappagati,

le melodie non ancora suonate,

si aggrappano a una corda del tuo liuto

e non sono del tutto perduti.” 

Rabindranath Tagore, componimento XVIII

 

 

“..Non so come stremata tu resisti

in questo lago

di indifferenza che è il tuo cuore; forse

ti salva un amuleto che tu tieni

vicino alla matita delle lebbra,

al piumino, alla lima: un topo bianco,

d’avorio; e così esisti!”… 

Eugenio Montale, “Dora Markus”

 

 

 “Ricordo che nella mia fanciullezza lo sgabuzzino in cui immagazzinavamo la riserva di patate per l’inverno si trovava in  un seminterrato, due o tre metri al di sotto di una finestrella. Le condizioni erano sfavorevoli, ma le patate cominciavano lo stesso a germogliare. Erano dei germogli pallidi, molto diversi da quelli verdi e sani che spuntano quando le patate sono seminate in primavera. E tuttavia questi germogli, sottili e tristi, crescevano fino a raggiungere quasi un metro di lunghezza, nel tentativo di raggiungere la luce lontana della finestrella. Questi germogli erano,  nella loro crescita bizzarra e futile, una sorta di espressione disperata dello“ slancio vitale”. Essi non sarebbero mai diventati piante, non sarebbero mai maturati, mai avrebbero realizzato il loro potenziale reale. Tuttavia essi tentavano di realizzarlo anche nelle circostanze peggiori. La vita, anche se non le era possibile fiorire, non rinunciava a se stessa". 

Carl Rogers, “Un modo di essere”

 

 

Il giusto, il bello e il terribile

(parte prima) Il giusto

“.. noi siamo fortemente motivati a credere in un mondo giusto, dove le persone si meritano il proprio destino… Tale ipotesi si basa sul senso di merito e di giustizia e sostiene che le persone meritino ciò che ottengono; per questo motivo le persone che credono in questa ipotesi ritengono che il mondo sia un luogo dove le persone buone vengono ricompensate e le persone cattive punite. La credenza in un mondo giusto risponde ad un bisogno personale di credere che nel mondo regni una sorta di giustizia "immanente" che premia i buoni e punisce i cattivi.”

Lerner, Ipotesi del mondo giusto

 

 Questa è una delle credenze più radicate nelle persone con cui ho avuto a che fare come psicologo e non; spesso c’è nelle persone che hanno subito un torto (reale o percepito) un enorme desiderio di rivalsa; di più: c’è in loro l’esigenza di essere ripagati e l’assoluta pretesa che ciò dovrà per forza avvenire, come se senza questo evento il mondo divenisse una landa senza ordine e senza senso. 

Purtroppo per noi tutti, anche una veloce osservazione di come vanno le cose nel mondo mostra chiaramente come l’ “Ipotesi del mondo giusto” non corrisponda alla realtà; in sintesi: il mondo non è giusto.

Accettare questo punto può essere molto difficile, ma fondamentale.

 

 

Il giusto, il bello e il terribile

(parte seconda) Il bello e il terribile

Se nel mondo è molto difficile trovare il giusto (e quando lo si trova pare più una casualità che una legge di Natura) si può certamente trovare il bello; nel mondo c’è purtroppo anche il terribile. E’ possibile che gli ultimi due aspetti non siano come può sembrare delle polarità, ma siano legati in qualche misterioso modo fra loro? E che invece di sfinirci a cercare nella vita il giusto – che non c’è – sarebbe forse più fertile rincorrere le tracce sfuggenti del bello nel terribile?

 

“Chi, s’io gridassi mi udrebbe mai dalle sfere

degli Angeli? E se pure d’un tratto

uno mi stringesse al suo cuore; perirei

della sua più forte esistenza. Poiché del terribile il bello

non è che il principio, che ancora noi sopportiamo,

e lo ammiriamo così, chè quieto disdegna

di annientarci. Ogni Angelo è tremendo.”

Rainer Maria Rilke, “Prima elegia”

 

 

“… Un sacrificio troppo lungo

può fare del cuore una pietra.

Oh quando basterà?

Ma ciò spetta al Cielo, a noi spetta

mormorarare nome su nome

come madre che nomina il figlio

quando il sonno alla fine è disceso

su membra che si erano sfrenate.

Che altro è se non il calar della notte?

No, no, non notte, ma morte;

e fu inutile morte dopo tutto?

L’Inghilterra, può darsi, manterrà la parola,

ad onta di tutto quello che si è fatto e detto.

Ne conosciamo i sogni; è sufficiente

sapere che sognarono e che son morti;

e se soltanto fu eccesso d’amore

a infatuarli fino a farli morire?

Lo scrivo in una strofa-

MacDonagh e MacBride

e Connolly e Pearse

ora e nel tempo a venire,

ovunque si porti il verde,

sono mutati, mutati del tutto:

una terribile bellezza è nata.”

William B. Yeats, “Pasqua 1916”

 

 

Plasir d’amour è una celebre romanza francese, la cui melodia fu composta nel 1875 da martini il Tedesco e il cui testo si fa risalire a Jeanne Pierre Claris De Florian. Berlioz ne scrisse un arrangiamento per orchestra nel 1859.

Testo  Francese

Plaisir d'amour ne dure qu'un moment.
chagrin d'amour dure toute la vie.

J'ai tout quitté pour l'ingrate Sylvie.
Elle me quitte et prend un autre amant.

Plaisir d'amour ne dure qu'un moment.
chagrin d'amour dure toute la vie.

Tant que cette eau coulera doucement
vers ce ruisseau qui borde la prairie,

Je t'aimerai, me répétait Sylvie.
L'eau coule encore. Elle a changé pourtant.

Plaisir d'amour ne dure qu'un moment.
chagrin d'amour dure toute la vie.

 

Traduzione

La gioia dell'amore non dura che un momento,
La pena d'amore dura tutta la vita.

Ho lasciato tutto per l'ingrata Silvia,
E lei mi lascia e prende un altro amante.

La gioia dell'amore non dura che un momento,
La pena d'amore dura tutta la vita.

"Finché quest'acqua scorrerà dolcemente
Verso quel ruscello che costeggia il prato

Io ti amerò", mi ripeteva Silvia.
L'acqua scorre ancora. Lei invece è cambiata.

La gioia dell'amore non dura che un momento,
La pena d'amore dura tutta la vita

video http://youtu.be/-WvXpgLtTwY

 

 

“Noi non sappiamo quale sortiremo

domani, oscuro o lieto;

forse il nostro cammino

a non tocche radure ci addurrà

dove mormori eterna lacqua di giovinezza,

o sarà forse un discendere

fino al vallo estremo,

nel buio, perso il ricordo del mattino.

Ancora terre straniere

forse ci accoglieranno:smarriremo

la memoria del sole, dalla mente

ci cadrà il tintinnare delle rime.

OH la favola onde s’esprime

la nostra vita, repente

si cangerà nella cupa storia che non si racconta!

Pur di una cosa ci affidi,

padre, e questa è: che un poco del tuo dono

sia passato per sempre nelle sillabe

che rechiamo con noi, api ronzanti.

Lontani andremo e serberemo un’eco

della tua voce, come si ricorda

del sole l’erba grigia

nelle corti scurite, tra le case.

E un giorno queste parole senza rumore

che teco educammo nutrite

di stanchezze e di silenzi,

parranno a un fraterno cuore

sapide di sale greco.” 

Eugenio Montale, “Ossi di seppia”, Mediteranneo, componimento n° VI

 

 

“Faith of the heart” cantata da Rod Stewart

video

http://youtu.be/zpEAC1se4mY

traduzione del testo

“La fede del cuore” (sigla di “Enterprise”)

E’ stata una lunga strada, per arrivare da laggiù fino a qui.
Ci è voluto molto tempo, ma il mio momento ormai è vicino.
E in questo momento posso sentire il cambiamento nel vento.

Non c’è più niente che mi ostruisca la strada
e stavolta non mi tratterranno più,
no, non potranno più farlo.

Poichè ho la fede del cuore, andrò dove il mio cuore mi porterà
Ho la fede necessaria per credere, so che posso fare qualsiasi cosa
Ho la forza dell'anima, nessuno potrà trattenermi o distruggermi.
Posso raggiungere ogni stella
Ho fede, fede, la fede del cuore.

E' stata una lunga notte, mentre cercavo di trovare la mia strada,
sono passato attraverso l'oscurità, ma finalmente è arrivato il mio momento.
Ed alla fine vedrò i miei sogni avverarsi, arriverò a toccare il cielo.
E loro non potranno più trattenermi,
no non mi faranno cambiare idea.

Poichè ho la fede del cuore, andrò dove il mio cuore mi porterà
Ho la fede necessaria per credere, so che posso fare qualsiasi cosa
Ho la forza dell'anima, nessuno potrà trattenermi o spezzare la mia volontà.
Posso raggiungere ogni stella
Ho fede, fede, la fede del cuore.

Ho conosciuto un vento davvero freddo e ho visto i giorni più bui,
ma ora i venti che sento sono solo venti di cambiamento.
Sono passato attraverso il fuoco, sono passato attraverso la pioggia,
ma ora starò bene.

Poichè ho la fede del cuore, andrò dove il mio cuore mi porterà
Ho la fede necessaria per credere, so che posso fare qualsiasi cosa
Ho la forza dell'anima, nessuno potrà trattenermi o spezzare la mia volontà.
Posso raggiungere ogni stella
Ho fede, fede, la fede del cuore.

Poichè ho la fede del cuore, andrò dove il mio cuore mi porterà
Ho la fede necessaria per credere, so che posso fare qualsiasi cosa
Ho la forza dell'anima, nessuno potrà trattenermi o spezzare la mia volontà.
Posso raggiungere ogni stella
Ho fede, fede, la fede del cuore.

E’ stata davvero una lunga strada....

 

 

“I tuoi fiori rossi, fra le foglie verdi

appassiscono, bellissimo geranio!

Ma  tu non chiedi acqua.

Tu non puoi parlare, non occorre che parli –

tutti sanno che stai morendo di sete,

ma non ti danno l’acqua!

Passano oltre e dicono:

‘il geranio ha bisogno di acqua’….” 

da Mabel Osborne, “Antologia di Spoon River”

 

 

“….solo quando siamo ciò che siamo possiamo dire di essere vivi… In un certo senso sperimentiamo qualcosa di continuo. Ma siamo scarsamente in contatto con le nostre esperienze, solo a metà svegli di fronte alla realtà. In questo senso possiamo dire che non sperimentiamo veramente…. Per il gestaltista la vera esperienza è terapeutica o correttiva di per sé…. Un momento di veglia, un momento di contatto con la realtà… è un momento in cui possiamo scoprire che la soddisfazione di essere vivi supera le sofferenze o le perdite che avremmo voluto evitare col nostro dormiveglia…..Molto di ciò che chiamiamo “esperienza” è rappresentato dai sentimenti spiacevoli determinati dalla frustrazione delle nostre aspettative… facciamo attenzione a ciò che manca, piuttosto che a ciò che è presente… Una volta che il mostro del dovere viene mandato a dormire, le cose sono quello che sono. Il gioco del paragone cessa di esistere. Ogni cosa ci offre quanto ha di meglio e rappresenta il più perfetto esempio di se stessa.”

Claudio Naranjo, “Teoria della tecnica Gestalt”

 

 

“..Quello che c’è, è già abbastanza (e se non è abbastanza non c’è niente da fare): quindi la realtà e di conseguenza l’individuo sono adeguati, senza bisogno di aggiunte o sottrazioni. In altre parole sei già un Budda, anche se non lo sai e non ti vivi così.”

Barrie Simmons, Prefazione a “Teoria della tecnica Gestalt”

 

 

“Se muoio sopravvivimi con tanta forza pura

da risvegliare la furia del pallido e del freddo,

da sud a sud alza i tuoi occhi indelebili,

da sole a sole suoni la tua bocca di chitarra.

Non voglio che vacillino il tuo riso né i tuoi passi,

non voglio che muoia la mia eredità di gioia,

non bussare al mio petto, sono assente.

Vivi nella mia assenza come in una casa.

E’ una casa sì grande l’assenza

che entrerai in essa attraverso i muri

e appenderai i quadri nell’aria.

E’ una casa sì trasparente l’assenza

che senza vita io ti vedrò vivere

e se soffri, amore mio, io morirò un’altra volta.” 

Pablo Neruda, “Poesie d’amore, Componimento n° XCIV”

 

 

Il sogno di Deborah

“In sogno era un inverno buio. Fuori dal buio, poco a poco, si formò una grande mano, stretta a pugno. Era la potente mano di un uomo, di cui risaltavano i tendini e le ossa. Il pugno si aprì: sul palmo si trovavavno tre pezzetti di carbone. La mano si richiuse lentamente, stringendo sempre più forte il pugno. La pressione cominciò a generare un calore bianco, che continuava ad aumentare. Il tempo si faceva sempre più pesante. Le parve di sentire la sofferenza del carbone col proprio corpo, quasi si fosse trattato di dover nascere. Quando non ce la fece più urlò: ‘ Smettila! Non la finirai mai? Nemmeno una pietra può arrivare a quel limite.. nemmeno una pietra può sopportare..!’ Dopo quello che parve un periodo troppo lungo per qualunque cosa avesse struttura molecolare, il pugno si rilassò, aprendosi lentamente. Sul palmo si trovavano tre diamanti. Tre diamanti chiari e brillanti, illuminati dalla luce su di un palmo benevolo. Una voce profonda la chiamò: ‘Deborah!’ Poi aggiunse gentilmente: ‘Deborah, questa sarai tu’.”

Joanne Greenberg, tratto da “Mai ti ho promesso un giardino di rose”

 

 

“…Ascolta caro, ascolta bene! Il peccatore che io sono e che tu sei è peccatore sì, ma un giorno sarà di nuovo Brahma, un giorno raggiungerà il Nirvana, sarà Buddah. E ora vedi: questo ‘un giorno’ è un’illusione, è soltanto un modo di dire! Il peccatore non è in cammino per diventare Buddah.. no nel peccatore è già ora, oggi stesso, il futuro Buddah, il suo avvenire è già tutto presente, tu devi venerare in lui, in te, in ognuno il Buddah potenziale, il Buddah in divenire, il Buddah nascosto. Il mondo caro Govinda non è imperfetto o impegnato in una lunga via verso la perfezione; no, è perfetto in ogni istante, ogni peccato porta già in sé la grazia, tutti i bambini portano già in sé la vecchiaia, tutti i lattanti la morte, tutti i morenti la vita eterna. … La meditazione profonda consente all’uomo di abolire il tempo, di vedere in contemporaneità tutto ciò che è stato, ciò che è e ciò che sarà e allora tutto è bene, tutto è perfetto, tutto è Brahma. Per questo a me par buono tutto ciò che esiste, la vita come la morte, il peccato come la santità, l’intelligenza come la stoltezza, tutto deve essere così, tutto richiede solamente il mio accordo, la mia buona volontà, la mia amorosa comprensione, e così per me tutto è bene, nulla mi può fare male. Ho appreso nella mia anima e nel corpo che avevo molto bisogno del peccato, avevo bisogno della voluttà, della vanità, dell’ambizione e avevo bisogno della più ignominiosa disperazione, per imparare la rinuncia a resistere, per imparare ad amare il mondo, per smetterla di confrontarlo con un certo mondo immaginato, desiderato da me, con una specie di perfezione da me escogitata, ma per lasciarlo invece così com’è, e amarlo e appartenergli con gioia.”

Hermann Hesse, tratto da “Siddartha”

 

 

“Tramontata è la luna

e le Pleiadi a mezzo della notte;

anche giovinezza già dilegua

e ora nel mio letto rresto sola.

Scuote l’anima mia Eros,

come vento sul monte

che irrompe entro le quarce;

e scioglie le membra e le agita,

dolceamara indomabile belva.

Ma a me  non ape, non miele;

e soffro e desidero.” 

Saffo, “Lirici greci”, traduzione di salavtore Quasimodo

 

 

“…Guardai l’orologio e mi alzai. ‘Mancano dodici minuti al mio treno’. Non avevo voglia di andare in città. Non ero in grado di fare un lavoro decente, ma c’era dell’altro: non volevo lasciare Gatsby. Perdetti quel treno e poi un altro prima di riuscire ad andarmene. ‘Ti telefonerò’ dissi alla fine. ‘Sì vecchio mio’. ‘Ti chiamerò a mezzogiorno’. Scendemmo lentamente i gradini. ‘Immagino che chiamerà anche Daisy’. Mi guardò ansioso nella speranza di una mia conferma. ‘Immagino’. ‘Arrivederci.’ Ci stringemmo la mano e io me ne andai…. Alle due Gatsby indossò il costume da bagno e disse al maggiordono che se qualcuno avesse telefonato, bisognava cercarlo in piscina….Non giunse nessun messaggio telefonico… Ho l’impressione che Gatsby stesso non credesse che sarebbe giunto e forse non gliene importava più. Se era vero, doveva essergli parso di aver perduto il calore del vecchio mondo, di aver pagato un prezzo molto alto per aver vissuto troppo a lungo con un unico sogno. Doveva aver guardato un cielo insolito fra le foglie spaventevoli e rabbrividito nello scoprire che cosa grottesca è una rosa e com’è cruuda la luce del sole su di un’erba quasi non ancora creata. Un mondo nuovo, materiale ma non reale dove poveri fantasmi si aggiravano incidentalmente respirando sogni invece che aria..” 

Francis Scott Fitzgerald, tratto da “Il grande Gatsby”

 

 

Dialogo finale fra l’Agente Smith e Neo 

Agente Smith: “…perché signor Anderson, perché, perché lo fa? Perché si rialza? Perché continua a battersi? Pensa veramente di lottare per qualcosa a parte la sua sopravvivenza? Sa dirmi di che si tratta, ammesso che ne abbia coscienza? E’ la Liberta? O la Verità? O magari la Pace? Non mi dica che è l’Amore! Illusioni signor Anderson, capricci della percezione, temporanei costrutti del debole intelletto umano che cerca disperatamente di giustificare un’esistenza priva del minimo significato e scopo! Ogni costrutto è artificiale come Matrix stessa! Anche se devo dire che solo la mente umana poteva inventare una scialba illusione come l’Amore! Ormai dovrebbe aver capito signor Anderson, a quest’ora le sarà chiaro: lei non vincerà, combattere è inutile. Perché signor Anderson, perché, perché persistere?”

Neo Anderson: “ Perché così ho scelto.”

Tratto da Matrix revolution

video: http://youtu.be/7EcaqJm4C5s

 

 

“.. (anche il cielo stellato finirà)..” 

Giuseppe Ungaretti, tratto da “Dannazione”

 

 

“Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie  e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo. Per gli stessi sentieri fatati passammo infatti tu ed io, con passi timidi, insieme andammo attraverso le foreste piene di lupi, e i medesimi genii ci spiavano dai ciuffi di muschio sospesi alle torri, tra svolazzare di corvi.  Insieme, senza saperlo, di là forse guardammo entrambi veso la vita misteriosa, che ci aspettava. Ivi palpitarono in noi per la prima volta pazzi e teneri desideri. ‘Ti ricordi?’ ci diremo l’un l’altra, stringendoci dolcemente. Ma tu – ora mi ricordo – non conosci le favole antiche dei re senza nome, degli orchi e dei giardini stregati. Mai passasti, rapita, sotto gli alberi magici che parlano con voce umana, né battesti mai alla porta del castello deserto, né camminasti nella notte verso il lume lontano lontano, né ti addormentasti sotto le stelle d’Oriente, cullata da piroga sacra. Dietro i vetri, nelle sere d’inverno, probabilmente noi rimarremo muti, io perdendomi nelle favole morte, tu in altre cure a me ignote. Io chiederei: ‘Ti ricordi?’ , ma tu non ricorderesti.” … 

Dino Buzzati, “Inviti superflui” (prima parte), tratto da “La boutique del mistero”

 

 

“..Vorrei con te passeggiare, un giorno di primavera, col cielo di color grigio e ancora qualche vecchia foglia dell’anno prima trascinata per le strade dal vento, nei quartieri della periferia; e che fosse domenica. In tali contrade sorgono spesso pensieri malinconici e grandi; e in date ore vaga la poesia, congiungendo i cuori di quelli che si vogliono bene. Nascono inoltre speranze che non si sanno dire, favorite dagli orizzonti sterminati dietro le case, dai treni fuggenti, dalle nuvole del settentrione. Ci terremo semplicemnte per mano e andremo con passo leggero, dicendo cose insensate, stupide e care. Fino a che si accenderanno i lampioni e dai casamenti squallidi usciranno le storie sinistre della città, le avventure, i vagheggiati romanzi. E allora noi taceremo sempre tenedoci per mano, poiché le anime si parleranno senza parola. Ma tu – adesso mi ricordo – mai mi dicesti cose insensate, stupide e care. Né puoi quindi amare quelle domeniche che dico, né l’anima tua sa parlare alla mia in silenzio, né riconosci all’ora giusta l’incantesimo delle città, né le speranze che scendono dal settentrione. Tu preferisci le luci, la folla, gli uomini che ti guardano, le vie dove dicono si possa incontrar la fortuna. Tu sei diversa da me e se venissi quel giorno a passeggiare, ti lamenteresti di essere stanca; solo questo e nient’altro.”…

Dino Buzzati, “Inviti superflui” (seconda parte), tratto da “La boutique del mistero”

 

 

“… Vorrei anche andare con te d’estate in una valle solitaria, continuamente ridendo per le cose più semplici, ad esplorare i segreti dei boschi, delle strade bianche, di certe case abbandonate. Fermarci sul ponte di legno ad osservare l’acqua che passa, ascoltare nei pali del telegrafo quella lunga storia senza fine, che viene da un capo del mondo e chissà dove andrà mai. E strappare i fiori dei prati e qui, distesi sull’erba, nel silenzio del sole, contemplare gli abissi del cielo e le bianche nuvolette che passano e le cime delle montagne. Tu diresti: ‘Che bello!’ Niente altro diresti perché noi saremmo felici; avendo il nostro corpo perduto il peso degli anni, le anime divenute fresche, come se fossero nate allora. Ma tu – ora che ci penso – tu ti guarderesti attorno senza capire, ho paura, e ti fermeresti preoccupata ad esaminare una calza, mi chiederesti un’altra sigaretta, impaziente di fare ritorno. E non diresti ‘Che bello!’ ma altre povere cose che a me non importano. Perché purtroppo sei fatta così. E non saremmo neppure per un istante felici.”..

Dino Buzzati, “Inviti superflui” (terza parte), tratto da “La boutique del mistero”

 

 

 ..” Vorrei pure – lasciami dire – vorrei con te sottobraccio attraversare le grandi vie della città in un tramonto di novembre, quando il cielo è di puro cristallo. Quando i fantasmi della vita corrono sopra le cupole e sfiorano la gente nera, in fondo alla fossa delle strade, già colme di inquietudini. Quando memorie di età beate e nuovi presagi passano sopra la terra, lasciando dietro di sé una specie di musica. Con la candida superbia dei bambini guarderemo le facce degli altri, migliaia e migliaia, che a fiumi ci trascorrono accanto. Noi manderemo senza saperlo luce di gioia e tutti saranno costretti a guardarci, non per invidia o malanimo; bensì sorridendo un poco, con sentimento di bontà, per via della sera che guarisce le debolezze del’uomo. Ma tu - lo capisco bene – invece di guardare il cielo di cristallo e gli aerei colonnati battuti dall’estremo sole, vorrai fermarti a guardar le vetrine, gli ori, le ricchezze, le sete, quelle cose meschine. E non ti accorgerai quindi dei fantasmi, né dei presentimenti che passano, né ti sentirai, come me, chiamata a sorte orgogliosa. Né udresti quella specie di musica, né capiresti perché la genti ci guardi con occhi buoni. Tu penseresti al tuo povero domani e inutilmente sopra di te le statue d’oro sulle guglie alzeranno le spade agli ultimi raggi. Ed io sarei solo. E’ inutile. Forse tutte queste sono sciocchezze e tu migliore di me, non presumendo tanto dalla vita. Forse hai ragione tu e sarebbe stupido tentare. Ma almeno, questo sì almeno, vorrei rivederti. Sia quel che sia noi staremo insieme in qualche modo e troveremo la gioia. Non importa se di giorno o di notte, d’estate o d’autunno, in un paese sconosciuto, in una casa disadorna, in una squallida locanda. Mi basterà averti vicina. Io non starò qui ad ascoltare – ti prometto – gli scricchiolii misteriosi del tetto, né guarderò le nubi, né darò retta alle musiche o al vento. Rinuncerò a queste cose inutili, che pure io amo. Avrò pazienza se non capirai ciò che dico, se parlerai di fatti a me strani, se ti lamenterai dei vestiti vecchi e dei soldi. Non ci saranno la cosiddetta poesia, le comuni speranze, le mestizie così amiche all’amore. Ma io ti avrò vicina. E riusciremo – vedrai – a essere abbastanza felici, con molta semplicità, uomo con donna solamente, come suole accadere in ogni parte del mondo. Ma tu – adesso ci penso – sei troppo lontana, centinaia e centinaia di chilometri difficili da valicare. Tu sei dentro a una vita che ignoro, e gli altri uomini ti sono accanto, a cui probabilmente sorridi, come a me nei tempi passati. Ed è bastato poco tempo perché ti dimenticassi di me. Probabilmente non riesci più a ricordare il mio nome. Io sono ormai uscito da te, confuso fra le innumerevoli ombre. Eppure non so pensare che a te, e mi piace dirti queste cose.”

Dino Buzzati, “Inviti superflui” (parte finale), tratto da “La boutique del mistero”