Disturbi dell'alimentazione

Noi siamo quello che mangiamo, si dice ed è certamente vero. Il cibo però è connesso in modo fondamentale alla vita anche in un altro modo, in senso cronologico. Infatti, l’atto di cibarsi è una delle prime esperienze che l’essere umano fa, dopo il respiro: il bambino quando nasce, prima strilla (e respira!) poi viene lavato e accudito e infine impara a nutrirsi. Tra un pasto e l’altro dorme e si riposa dall’impegno di questi primi apprendimenti. Si può quindi dire che mangiare sia uno dei primi modi in cui esprime attivamente il suo essere nel mondo come individuo e in cui entra in relazione con l’ambiente. Un famosokoan zen dice “Quando ho fame mangio, quando ho sete bevo, quando ho sonno dormo”. Sembra una banalità, ma non lo è: spesso diamo per scontati i processi omeostatici che regolano il nostro metabolismo, ma senza di essi non esisteremmo. Per questo motivo quando compare un disturbo dell’alimentazione, viene danneggiato qualcosa di molto primario e basilare. Simbolicamente il cibo può essere pensato come una rappresentazione della vita; per cui se il mio rapporto col cibo è alterato lo è anche il mio rapporto con la vita. Quello che io trovo affascinante in questa tipologia di disturbi, senza nulla togliere alla sua gravità, è il fatto di esprimere il disagio in un modo così metaforicamente chiaro ed esplicito. Se rifiuto il cibo, ad esempio attraverso una modalità cosiddetta “restrittiva” cioè astinente, vuol dire che in qualche modo sto rifiutando la vita o meglio un certo tipo di vita, quella che mi è stata proposta. In altre parole mi sto ribellando. Col tempo questa ribellione può estendersi a tutto e a tutti, infatti le persone con disturbi alimentari di tipo restrittivo sono persone molto indipendenti, che fanno un’enorme fatica a fidarsi di qualcuno, anche di chi le vuole aiutare. Sono inoltre persone con una volontà ferrea (resistere all’istinto di cibarsi non è cosa poco); infatti quando riescono a volgere questa determinazione verso obiettivi non auto lesivi come lo studio o la carriera possono raggiungere grandi risultati. Il punto di svolta è spesso riuscire ad affidarsi, ma l’impresa va detto non è facile. Il discorso è diverso, ma quasi in senso simmetrico per chi sceglie la modalità opposta, cioè di ingurgitare più cibo possibile per poi magari liberarsene attraverso una modalità di espulsione coatta (vomito auto-indotto, uso di lassativi ecc) anche in questo caso la metafora è limpida: mi sento vuota e devo riempirmi per poter esistere. Il senso di vuoto ha spesso a che fare con carenze di autostima e affettività. Queste persone sono apparentemente più malleabili, sembrano accettare l’aiuto più facilmente, sembrano avere bisogno di un legame affettivo; spesso infatti hanno anche problemi di dipendenza. Ma anche qui il lavoro non è facile, anche qui la fiducia “vera” va conquistata sul campo. Questi casi di disturbi alimentari “reali” vanno in primo luogo distinti da tanti che hanno in comune con essi solo aspetti superficiali; spesso si punta il dito contro la moda, contro  il modello di donna proposto dai media, cioè di una donna bella in quanto magra e ci si spaventa appena un’ adolescente decide di seguire una dieta. Solo un’analisi approfondita, che lo psicologo con un’esperienza clinica può fare, può dire se siamo di fronte a un vero disturbo alimentare, che ha radici profonde o a un desiderio passeggero di seguire una moda (anche quella di definirsi “anoressica” è una moda a volte) che svanirà in breve tempo.

La frase “siamo quello che mangiamo” mi ha fatto venire in mente le opere di Arcimboldo, il quale ne ha dato una rappresentazione letterale in quanto nei suoi quadri si vedono persone composte da frutti e verdure o comunque prodotti naturali più o meno commestibili, a parte qualche fiore. In questa immagine, che è una delle più famose, vediamo ritratto “L’imperatore Rodolfo II in veste di Vertumno”. L’opera è datata 1591. Arcimboldo fu un pittore milanese, chiamato alla corte di Vienna da Massimiliano II d’Asburgo; alla morte di Massimiliano Arcimboldo passò al servizio del successore, appunto Rodolfo II. Vertumno invece è il nome di una divinità etrusca, che personificava il mutamento fra le stagioni e come tale poteva assumere tutte le forme che voleva; era anche il protettore della vegetazione e in particolare degli alberi da frutto. L’imperatore Rodolfo rimase noto per i suoi interessi alchemici ed esoterici e Arcimboldo fu un’interprete di questa cultura magico-cabalistica. Infatti nei suoi dipinti sembra alludere al significato nascosto ed enigmatico delle cose; in tal senso sono celebri le “nature morte reversibili” dove il quadro può rappresentare un volto oppure, capovolto di 180° una scodella con degli ortaggi. Il ritratto di Rodolfo II è un ulteriore esempio di questo filone espressivo; l’autore sembra sfidare l’osservatore a rintracciare le singole parti di cui è composta l’opera, a scoprirne ogni singolo particolare, senza perdere l’impatto d’insieme. In effetti, che sia il ritratto di una persona lo si intuisce subito; però ci accompagna immediatamente la sensazione di qualcosa che non quadra e che lo rende diverso da un qualsiasi altro ritratto. Ed ecco che a una seconda occhiata vediamo prendere forma dei frutti o degli ortaggi. Il primo frutto che si impone e assume identità, anche perché è posto al centro del viso è una pera, che rappresenta il naso; l’attenzione si sposta poi sulle guance rubizze, che potrebbero essere due mele ben levigate. Gli occhi risultano un po’ misteriosi (due olive nere al posto delle pupille? due acini d’uva scura?); risaltano maggiormente le parti che dovrebbero rappresentare le borse sotto gli occhi e che sono composte da due bacche di un qualche tipo; occhiaie così marcate potrebbero suggerire responsabilità importanti. Le soppracciglia sono più facili da identificare: l’arco è quello di due baccelli in cui sono visibili i singoli piselli; qui peraltro c’è una doppia sottolineatura: infatti sopra i piselli abbiamo due spighe di grano leggermente arcuate. Salendo troviamo la fronte, rappresentata da un grande ortaggio a forma di sole, di cui sinceramente non conosco il nome. Si può ipotizzare che la grandezza dei frutti/vegetali sia correlata alle parti del viso che il pittore voleva mettere in evidenza: pertanto abbiamo una fronte imponente e delle soppracciglia definite; il tutto sembra conferire autorità al personaggio. C’è poi un grosso naso e delle guance rosse e qui il pittore forse ha voluto colorare il viso con una sfumatura di simpatia e cordialità. Scendendo troviamo i baffi e la bocca; i baffi potrebbero essere due asparagi; la bocca ha qualcosa di sorridente, anche se è in evidenza solo il labbro inferiore, composto da due bacche rossastre; il “sorriso” è reso meno cordiale dalla presenza dei denti, che si intravedono e suggeriscono un carattere pronto sia al riso che alla collera; peraltro non si riesce a capire cosa il pittore abbia utilizzato per fare i denti. Scendendo ancora troviamo una barba, composta da spighe di un qualche cereale sui lati e al centro notiamo lo stesso vegetale usato per la fronte, espediente che dona simmetria al volto secondo l’asse alto-basso. Il volto è poi circondato da una specie di corona (è il ritratto di un imperatore!) che nell’insieme pare molto ricca e abbondante: c’è uva, chiara e scura, ci sono mele e pere, ciliege, una pannocchia e bacche varie; l’anello più esterno è poi formato da ciuffi di spighe di grano, poste a intervalli regolari, che schiariscono l’immagine e confermano l’idea della “corona”. Fin qui la descrizione. Che dire dell’impressione? Arcimboldo fu pittore nell’ambito di una corte cinquecentesca, spesso organizzò eventi ludici e giochi per i nobili fra cui viveva; per cui possiamo immaginare che le persone dell’epoca vivessero le sue composizioni come un gioco bizzarro, come un divertimento arguto. Oggi però la sensibilità è cambiata. Nel complesso le sue opere, persino questa che è fra le più solari, provocano un senso di inquietudine; c’è il mistero, ma il divertimento si è perso nel tempo. Immaginare una persona fatta di parti diverse, che hanno una vita propria, provoca un sottile senso di angoscia, in parte simile a quello delle figure reversibili studiate dalla psicologia della forma; fra tutti il più celebre è quello dei due volti di profilo che al centro evidenziano un candelabro. Non si può parlare nel caso di Arcimboldo di incertezza fra figura e sfondo, ma di incertezza fra le parti e il tutto sì. Inoltre molti ortaggi e frutti ci sono ormai sconosciuti. Nell’insieme prevale lo sconcerto, la confusione, persino lo smarrimento. Considerando il tema da cui siamo partiti e cioè i disturbi dell’alimentazione, trovo che questo senso vago di malessere, suscitato dall’opera ben si accordi con un argomento che è comunque problematico.